CULTURA  
venerdì 21 luglio 2000, S. Lorenzo da Brindisi  
   
Colombia, smeraldi in offerta
ma solo con Ernesto si possono
evitare le pietre verdi false
DIARIO DI VIAGGIO / 3

di Alessandro Dell'Aira





ERNESTO è un esmeraldero di Bogotá. Gli smeraldi li lavora in appartamento, tra il frigorifero e la camera da letto. Abita in un quartiere popolare con la moglie bambina, la prole e la suocera, e non ha nulla a che spartire con gli esmeralderos da strada che ti rincorrono nel quartiere coloniale della Candelaria con in pugno un cartoccio di carta bianca gualcita pieno di pietruzze che hanno l'aspetto e il fascino di scaglie di shampoo congelato. Né con gli esmeralderos da bottega, che tengono i grossi calibri in cassaforte e i pezzi da poco nelle bacheche di vetro foderate di stoffa nera, e quelli da niente stipati in bottigliette di plastica mignon, ancore mignon, crocifissi cavi mignon, e manciate di minutaglia su una sagoma di cartone a comporre l'immagine di una Colombia smeraldina e candita, trenta dollari a lotto per un pugno di mosche che una volta a casa ti tocca farne orecchini, anellini, collanine, spillette, bracciali, e di lavoro spendi un capitale, senza contare l'oro e i brillantini. Lo smeraldo chiama oro e brillantini.
Ernesto non è un esmeraldero della montagna di Muzo, di quelli con la licenza facile, che gli smeraldi li cercano e sparano volentieri dietro alle lepri e alla concorrenza. Ernesto si è attrezzato in proprio con un banco e una mola e gli smeraldi li lavora. Poi li rivende agli amici degli amici, con la stima che parte da lontano, tu tiri, lui tira, tu ribassi e quando meno te l'aspetti lui molla e hai comprato uno smeraldo tagliato, o un cabuchón levigato a forma di goccia.


 


Se sei a casa tua o in albergo ti squaderna cartocci e smeraldi sulla scrivania, ti viene la paura di un colpo di tosse o di uno starnuto improvviso e lo stomaco ti si chiude al pensiero dei cataclismi che ne seguirebbero. Se sei a casa sua ti fa accomodare davanti al banco di lavoro, lo aggira, si siede sullo sgabello, fa la faccia da furetto e ti rivela qualche segreto: liscia, bagna, collima, brucia, ribagna, traguarda, prende la pietra in una morsa, modifica l'angolo, studia il taglio migliore, leviga, lucida con uno spazzolino da denti, basta fregare come si fregano le gengive, frega quanto vuoi ma non ungere d'olio lo smeraldo, nossignore, è disonesto, il lustro dura un po' di giorni e sparisce. Una cosa è l'olio, una cosa è la vita dello smeraldo, altra cosa è la luce, altra il giardino. Se lo smeraldo ha un giardino dentro, fatto di piccole impurità di carbone, puoi stare tranquillo, è la garanzia migliore. Se lo smeraldo è limpido i casi sono due: o vale un occhio della testa o è la millesima parte del fondo di una bottiglia di vetro da un litro. Secondo Ernesto, il valore di uno smeraldo senza giardino si colloca esattamente a metà tra il valore di un occhio umano e il valore di un fondo di bottiglia. Ma dice per dire: lui di smeraldi così non ne ha, non ne vuole e non ne consiglia. Ha una casa senza giardino, con una scala stretta e una terrazza sgombra che guarda sulle terrazze congestionate dei vicini occupati in faccende davvero inesplicabili.



Ogni tanto, mentre Ernesto lavora alla mola, un termostato scatta, un motore ronza e le mummie precolombine di terracotta allineate in cima all'altipiano del suo frigorifero hanno un fremito d'orgoglio che presto si placa. Per arrotondare, Ernesto ha deciso di trafficare in pezzi d'epoca. Lui non è un guaquero che profana le guacas, i tesori del sottosuolo. Lui è un pezzo di pane di yuca e tiene il meglio che ha in cima al frigorifero. In piedi davanti a quell'altarino, è difficile trovare il coraggio di toccare a due mani una mummia di Ernesto mentre vibra, o di aprire lo sportello, versare un po' d'acqua gelata da una bottiglia e fare la doccia a una statuina di Tierradentro o a un vaso di San Agustín, annusare e aspettare che si prigioni l'odore di sottoscala bagnato, di stalla, di muffa d'appartamento, quel tanfo leggero e rassicurante, il miglior sistema (dicono) per riconoscere il pezzo vero da quello falso, infallibile come il giardino di carbone dentro gli smeraldi veri. Ernesto non ti dice nulla. Ti dice solo: questo vale tanto, questo tanto, e questo tanto. Negoziabile. Aspetta che sia tu a fare la prova dell'acqua. Non è un venditore di mummie del mercato delle pulci di Usaquén, di quelli che dividono il banco in due: di qua le imitazioni, di là i reperti, in apparenza tutto assolutamente identico di qua e di là, tranne il prezzo: partorienti che partoriscono aiutate dal medico, masticatori di coca con una guancia gonfia e più tumefatta di quando ti si infiamma un molare, un giaguaro in calore che strapazza una giaguara innocente, vasetti con quattro scimmiette dispettose al posto dei manici, sciamani-puffi scialbi e senz'anima, formiconi-marines, hormigas culonas caricature dell'ape Maia che solo gli indios di una volta mangiavano e ora si degustano nei locali d'alto bordo.
Niente di tutto questo qui, la casa è seria: e d'altra parte Ernesto è un esmeraldero fidato e non fa scherzi a nessuno, né con le pietre né con le mummie. Con Ernesto non rischi. O se rischi, è soltanto colpa tua.


DIARIO DI VIAGGIO / 1 -
Colombia, istruzioni per l'uso
DIARIO DI VIAGGIO / 2 -
La leggenda di Guatavita