CULTURA  
domenica 16 maggio 1999, S. Ubaldo  
   
Così T 82 sfida l'impunità
La formula di Francesco Paolo Fulci contro i crimini
Chiuso il meeting di Trento sulla Corte Penale internazionale

di Alessandro Dell'Aira

T 82 è una formula semplice. L'ha pronunciata ieri Francesco Paolo Fulci, rappresentante permanente dell'Italia al Palazzo di Vetro di New York, a conclusione del meeting sullo Statuto della Corte Penale Internazionale. T come Trattato, ma anche T come Trento, che suona meglio di Trattato. T 82, quanti sono i paesi che hanno firmato lo Statuto di Roma. Settantanove di essi devono ancora ratificarlo e occorre arrivare a sessanta quanto primal.
T 82, come formula, non è agile come G 8. Fa venire in mente il motore di una di quelle macchine italiane che correvano le Mille miglia, da Brescia a Brescia, e all'occorrenza si avviavano ancora a manovella. Per ora è T 3, ma Fulci ha già messo in moto la macchina: l'Italia ha avanzato la sua candidatura a membro a rotazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il biennio 2000-2001. Contro cinque membri permanenti - Cina, Francia, Regno Unito, USA, Russia - i membri elettivi sono attualmente dieci e si tende a portarli a sedici. L'Italia ha già fatto parte del Consiglio di Sicurezza nel 1995-96 e in quell'occasione Francesco Paolo Fulci, per la prima volta, da Presidente aprì le porte alle Organizzazioni non governative. Questo gesto la dice lunga sul suo spirito di iniziativa e sul suo modo di intendere i termini del dibattito mondiale sull'umanitarismo e in genere sui diritti di terza generazione.
L'ostacolo più grosso alla sottoscrizione massiccia dello Statuto, ha affermato Fulci più volte, è la gelosia dei paesi sovrani, che difendono in primo luogo la propria giurisdizione penale, e in seconda battuta i servizi segreti. Il momento è propizio e occorre sfruttarlo: se si perde il ritmo c'è il rischio che il processo si areni. La missione italiana ha un'esperienza consolidata in questo tipo di situazioni, che richiedono un'azione decisa di pressione sui governi e sull'opinione pubblica. Ecco perché Fulci ha proposto la formula T 82 a conclusione del meeting di Trento. E nel farlo ha lanciato un messaggio a Richard Dicker, esponente di Human Rights Watch, presente in sala. Edulcorando in un certo senso la metafora pessimista di Pierre Sané, direttore di Amnesty International che ha definito lo Statuto di Roma "un bambino nato zoppo", Dicker preferisce usare l'immagine di un treno in marcia, che non si sa in quale stazione giungerà. Ci sono stazioni e stazioni, ha commentato Theodor Meron della New York University School, durante la tavola rotonda, e chissà perché ha nominato la stazioncina provenzale di Brignoles, che qualche cosa vorrà pur dire per lui, magari di insignificante ma di preciso anche se non l'ha detto. Dipende dal vissuto: lui ha detto Brignoles e a noi è venuto in mente un treno francese che una volta ci riportò in Italia da Brignoles con la moto ridotta a un catorcio dopo una gran botta.
T 82. Dalla cultura dell'impunità a quella della responsabilità. Detto così è un passaggio da niente, ma è una lunga marcia. Non è la prima né l'ultima volta che si è partiti in pochi e si arriverà in molti: lo ha ricordato ieri, in apertura di sessione, Tullio Treves, docente a Milano ma anche Giudice del Tribunale Internazionale del diritto del mare, i cui firmatari sono passati da sessanta a cento, e quindi a centotrenta. Fra dettagli e differenze, Treves ha sottolineato il rapporto complesso, talora difficile, con le Nazioni Unite, anche per gli aspetti finanziari che sembrano di scarso peso e invece condizionano l'operato dei Tribunali internazionali; per quanto, ha fatto intendere Treves, delle spese belliche in genere ci si lamenti meno. Ben vengano dunque anche i soldi dei privati, a condizione che alla Corte sia lasciato il massimo di indipendenza.
Casi imbarazzanti come quelli di Pinochet, o altamente drammatici come il Kosovo, potrebbero favorire come nuocere all'adesione degli Stati alla Corte penale internazionale: un tasto toccato ieri da molti e con accenti diversi. E' stato un giorno di bilanci, di carte scoperte, di scenari delineati, di prospettive, di fronte a un uditorio attento e numeroso, con gli studiosi e i grossi personaggi mischiati agli studenti universitari e al pubblico non specializzato. Non si poteva non parlare del Cermis, e infatti se n'è parlato, in qualche caso anche con toni decisi. E non solo per i War crimes, anche per i War games e per la grande truffa del mancato risarcimento alle vittime.
Questo è stato il meeting di Trento. Uno scenario civile ed esplicito di confronto tra posizioni, un mix di livelli comunicativi e di registri espressivi che Fulci ha chiuso con un invito all'azione urgente, e non solo con un messaggio di speranza. Le gelosie dei paesi sono più dure da vincere della gelosia individuale. Il Premio Nobel Walesa, ad esempio, sottolinea spesso che dopo la sconfitta delle grandi utopie la storia è un libro bianco, e che dipende da noi cosa scriverci. Saranno ridefiniti, secondo Walesa, i concetti di sovranità e indipendenza - in verità logori già da tempo - visto che non è possibile isolare un paese con le nuove tecnologie avanzate. Dopo il bombardamento del palazzo della televisione di Belgrado queste previsioni suonano quasi beffarde, ma non è da questo che dobbiamo farci scoraggiare. Rinunciare alla via legale alla pace, come ha affermato ciascuno dalle proprie legittime posizioni, dalla battagliera Béatrice Le Fraper du Hellen, dell'Ufficio legale del Ministero degli esteri francese, al flemmatico ed efficace ambasciatore Philippe Kirsch, Chairman della Conferenza di Roma, significa arrendersi, ancora una volta, di fronte all'impresa di conciliare un passo alla volta la giustizia con la pace.
E' un obiettivo che da parte italiana si pone soprattutto Francesco Paolo Fulci, il quale, tra l'altro, è uno dei membri del Comitato espresso dai 191 paesi che hanno firmato la Convenzione sui Diritti dell'Infanzia.
La sfida all'impunità di chi compie atti che offendono la coscienza è una via che porterà, prima o poi, ad arginare e se possibile a prevenire i crimini contro l'umanità.





L'ambasciatore
Francesco Paolo Fulci.
Sotto, una celebre immagine
anti violenza




 
 
l'intervista