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IL
PALAZZOTTO DEI CABRERA è il più
blasonato di Ica. Guarda sulla Plaza de
Armas, dove ogni domenica si tiene la
cerimonia dell'alzabandiera. Fino a
qualche tempo fa i cittadini di Ica,
durante l'alzabandiera, si scoprivano il
capo e mettevano una mano sul cuore. In
quella piazza, tra quelli che una
domenica dopo l'altra non si perdevano un
alzabandiera, ma senza mai mischiarsi con
nessuno, c'era il dottor Javier Cabrera
Darquea, ultimo discendente di Don
Jerónimo Luis de Cabrera y Toledo,
conquistador tra i conquistadores del
Perù, glorioso fondatore della città di
Ica nell'anno di grazia 1563. Si
affacciava al portone del palazzotto, e
se era di umore storto assisteva alla
cerimonia da uno dei balconi del primo e
ultimo piano. Poi tornava alle sue
tonnellate di gliptoliti.
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Il dottor Javier
Cabrera ricevette in dono la
prima pietra il 13 maggio 1966. Pesava
un accidente. Senza dubbio il suo
peso specifico era fuori del
normale, forse paranormale. Vi
era incisa la sagoma di un pesce
preistorico di specie ignota, che
il dottore pensò bene di
ravvivare con della pomata grassa
da scarpe, presente il donatore,
accertandosi prima che si
trattava di pomata neutra per
tomaie di pelle chiara. |
Quel
pesce di maggio fu solo l'inizio. Alla
morte del dottore, trentaquattro anni
dopo, i pezzi erano migliaia e migliaia.
C'è chi dice undicimilacinquecento, e
chi ventimila. Un incremento medio di
cinquecento pezzi l'anno, più di un
pezzo al giorno. In mancanza di un
inventario non è lecito pronunciarsi.
Sappiamo solo che quel giorno di
primavera del 1966 fu due volte cruciale
per il dottore. Anzitutto, oltre che
essere il quarantanovesimo anniversario
della prima misteriosa apparizione ai
pastorelli di Fatima, era il suo
quarantaduesimo genetliaco. In secondo
luogo, ma sul momento non si capì, quel
13 maggio del 1966 inaugurava l'ultimo
stadio di un'esistenza, una fase
destinata a durare sette lustri. La vita
umana è fatta a stadi come i razzi
spaziali. Quella mattina, mentre altrove
sul pianeta esplodevano le atomiche di
Mao-Tse-Tung, il dottor Javier Cabrera
Darquea, ai margini di un deserto meno
esteso del Sinkiang ma ugualmente arido e
desolato, tirò fuori di tasca la lente
di ingrandimento (la teneva sempre in
tasca), la impugnò e si mise a studiare
la pietra. Dopo averci riflettuto, ma non
troppo, diede alla pietra con il pesce il
nome scientifico di gliptolito. Ormai era
roba sua. Al tatto, alla vista,
all'intelligenza, alla sua intuizione di
fisiologo, quel regalo gli era apparso
subito un pezzo inestimabile, una piccola
Kaaba del Perù. Nell'impatto con
affezioni, fenomeni e reperti, il dottor
Cabrera dava sempre molta importanza
all'intuizione. Sicché quella pietra col
pesce ebbe in sorte di essere la prima
del suo, per così dire, Petrimonio di
gliptoliti.
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Oggi
che lui non c'è più, l'ex segretaria si
prende cura della collezione e riceve i
visitatori. Quasi sempre si tratta di
turisti che hanno sentito parlare del
dottor Cabrera e bussano al portone del
suo palazzotto prima di volare o dopo
aver volato tra Ica e Nasca per ammirare
dall'alto le Lineas, gli enormi,
straordinari disegni che secondo alcuni
furono fatti nel deserto perché li
vedessero gli extraterrestri. Uno di quei
disegni, detto l'astronauta, lungo
trentadue metri, è adagiato sul fianco
piatto di un piccolo rilievo. Sembra
avere un casco in testa, gli occhi
sgranati, un braccio alzato e una mano
sventolante come se stesse salutando
qualcuno che sta per arrivare o sta per
andarsene. Molto noto nel mondo, divenne
ancor più noto nel 1969, dopo lo sbarco
dei primi astronauti sulla Luna.
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Nel
frattempo, la collezione Cabrera cresceva
a un ritmo inarrestabile. I gliptoliti si
moltiplicavano, schierati sulla scrivania
dello studio, sui tavoli, sulle sedie,
sui mobili, sugli scaffali, sui comodini,
in cucina, nel bagno, in lavanderia, sul
pavimento di ogni stanza della casa.
Tappezzarono le pareti, occultarono i
mattoni del pavimento, contesero ogni
centimetro agli abitanti del palazzotto.
Alla fine, come cellule impazzite,
invasero il cervello e la persona del
capofamiglia, che con grande dedizione,
dopo il divorzio e ben oltre, continuò a
esercitare la professione medica. Questo
non gli impedì di trasfondere le sue
migliori energie in un libro, "El
mensaje de las piedras grabadas de
Ica", pubblicato nel 1994. Poi si
ammalò e visse signorilmente fino al 31
dicembre del 2001, paziente e cortese e
indifferente al cancro irrimediabile che
lo andava consumando anche dentro.
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Si
discute ancora moltissimo sul lascito del
dottor Javier Cabrera. C'è chi è
disposto a giurare sull'autenticità dei
suoi gliptoliti, con vari argomenti. C'è
chi invece è perplesso. C'è infine chi
si ostina a dimostrare che si tratta di
falsi evidenti. In tutti e tre i casi si
fa torto alla memoria di un uomo
speciale, cosi speciale da avere dedicato
una fase intera della propria vita,
l'ultima, a un universo fantastico,
espressione di una civiltà
avanzatissima. Una civiltà di individui
capaci di eseguire operazioni a cuore
aperto, di addomesticare dinosauri, di
rappresentare i continenti con maggiore
esattezza dei cartografi di Francisco
Pizarro, di offuscare la fama dello
stesso don Jerónimo, capostipite dei
Cabrera di Ica ed eroe fondatore della
città.
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Chi
oggi passa da Ica diretto a Nasca, e non
si ferma ad ammirare il Petrimonio del
dottor Javier Cabrera, perde una grande
occasione. La mitica Machu Picchu è
Patrimonio dell'Umanità, ma è sempre
più simile a una Disneyland delle Ande.
I Piper volano sulle misteriose Lineas de
Nasca come mosche sul miele, da una parte
e dall'altra del serpente d'asfalto della
Panamericana, virando a destra e subito
dopo a sinistra, e poi ancora a destra,
sballottando i turisti che non vogliono
perdersi le foto e si perdono i disegni
dal vero. Chi non ama farsi distrarre,
esce di strada e si dirige dove ci sono
misteri che si stanno perdendo. Uno di
questi è il Petrimonio del dottor Javier
Cabrera di Ica, accumulato nel palazzotto
di Plaza de Armas con tanto sacrificio, e
a quanto pare destinato alla dispersione.
Chissà dove andranno a finire i
gliptoliti. Speriamo almeno che possano
confondere le idee agli archeologi del
Tremila. I dinosauri e gli uomini si sono
incontrati? Il magnetismo dei gliptoliti
ha calamitato al suolo le astronavi che
sorvolavano il deserto di Palpa?
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Chissà
se nel Tremila, oltre all'archeologia, ci
sarà ancora l'Umanità. Se ci sarà,
possiamo sperare che abbia ancora qualche
mistero da svelare, specialisti
permettendo? La domanda non è oziosa,
né retorica. Finché ci sono misteri
sulla Terra c'è vita, e di riflesso c'è
qualche residuo di speranza.
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| Alessandro
Dell'Aira, Il
Petrimonio del dottor Javier Cabrera. |
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Foto:
Alessandro
Dell'Aira |
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