VENERDÌ, 27 FEBBRAIO 2004

Gardi,
saper suonare
«con coscienza»


Pagina 53 - Cultura e Spettacoli

IL LIBRO - PRESENTAZIONE A TRENTO
 
 





 
     
 
 
 


di Alessandro Dell’Aira

Penso dunque suono. Facciamo il verso al Cogito ergo sum di Cartesio per cercare maldestramente di spiegare in tre parole che cos’è “La coscienza di Arturo. Dialogo sull’interpretazione musicale” di Nino Gardi, edito di recente da La Finestra di Marco Albertazzi, e presentato a Trento l'altra sera. Arturo è il nome fittizio che più si addice a un pianista simbolico che invita a casa propria degli amici altrettanto simbolici, non tanto per ascoltare musica quanto per dialogare sulla musica e sulla sua interpretazione. Al centro dell’interesse speculativo del gruppo di amici c’è infatti la coscienza dell’interprete-esecutore.

Se la coscienza di chi ascolta musica è la capacità di sentirla con la ragione, senza troppi trasporti del cuore, al di là dei brividi a fior di pelle, per gli interpreti-esecutori di musica la coscienza della musica suonata cos’è? Quando un pianista interpreta Bach, Ravel, Hindemith, Prokofieff, si può dire che sia in grado di pensare la musica in atto? Se pensa a quello che sta suonando, e come lo sta suonando, lo fa col cervello o con le orecchie?

Stiamo un po’ banalizzando una questione che è di pura conoscenza, oltre che di estetica, così come la pone Nino Gardi, triestino di razza, valente pianista e direttore di orchestre da camera, altrettanto sapientemente introdotto da Quirino Principe, goriziano, ex direttore artistico della Scala, musicologo e critico. Gardi è della città di Svevo, ma Arturo non è Zeno e la sua coscienza non è il superamento delle proprie bizzarre fantasie mentali. La coscienza di Arturo è la capacità di capire la propria interpretazione musicale nel suo divenire. Noi non possiamo accompagnare una nota, né possiamo suonare e pensarci sopra. Perché la musica è in atto, come diceva Paul Valéry. La pretesa di dominare con la ragione le note che scaturiscono da uno strumento sotto le nostre mani rallenta e spesso pregiudica in noi la percezione della loro intensità. Di tutto questo si discute nel salotto di Arturo, dietro il cui nome che evoca la proverbiale coscienza artistica di Benedetti Michelangeli si cela lo stesso Gardi. La forma del dialogo è platonica, lo spirito che lo pervade è illuministico. Ciascun personaggio incarna una sfera del sapere intellettuale. Così ad esempio Emmanuele è uno studente di filosofia, Sigmund uno studente di psicologia, il Grande Vecchio è il vecchio maestro, mentre Franco è il Convitato semplice, il cui ruolo strategico consiste proprio nel chiamarsi Franco, come avviene per un “onesto” personaggio di Oscar Wilde, quell’Earnest il cui nome è di grande importanza. Per intenderci, è Franco che nell’ascolto della musica di Arturo si lascia candidamente guidare dal “sentimento immediato”, suscitando l’orrore e il disappunto degli altri.

La prima lettura del dialogo è agevole, mentre più complesso risulta cogliere le relazioni di secondo livello che intercorrono tra l’uno e l’altro personaggio, e dunque tra l’uno e l’altro approccio alla musica da capire mentre la si suona. Può essere agevole, per esempio, comprendere che la musica non sta nelle note ma cammina e si muove con loro, mentre meno immediata può risultare la percezione intellettuale del contesto del dialogo, così come “nella percezione auditiva, le qualità di un suono sono modificate dal contesto sonoro in cui il suono è inserito”. D’altra parte, per il lettore che legge con coscienza un libro come questo, l’atto del suo leggere equivale a una sorta di autoanalisi in corso di lettura. Uno dei punti critici, tra i molti del dialogo, è la riflessione sulla differenza di significato tra esecuzione e interpretazione. L’interpres è colui che stabilisce il valore, il “pretium” di qualcosa, il possibile punto di incontro tra chi propone una merce, un’idea, un testo, e chi intende farli propri (non solo accedervi, o usarli, o fruirne). Se l’esecutore non affronta progetti interpretativi finirà per disporre di pochi margini di autonomia. Per questa ragione Arturo fa al gruppo degli amici un resoconto di ciò che prova mentre tiene le mani sulla tastiera, anche solo il piacere assaporato “del silenzio che precede l’attacco”. E’ una sorta di invocazione alla Musa, prima di mettersi a “suonare nell’eco dei propri suoni”. Per eseguire un suono come si deve, il pianista deve figurarselo mentalmente e sonoramente — in questo Benedetti Michelangeli era un vero maestro — e tenerne memoria. Concludiamo con una bella citazione da “Il crudo e il cotto” di Lévy-Strauss, ripresa da Nino Gardi: l’intersezione tra il pensiero logico e la percezione estetica deve “necessariamente ispirarsi all’esempio della musica, che la ha da sempre praticata”. E cioè Penso dunque suono, come si diceva all’inizio.

Nino Gardi, La coscienza di Arturo. Dialogo sull’interpretazione musicale. La Finestra, Lavis, 2003. 168 pagine, 18 euro.