VENERDÌ, 9 APRILE 2004

Guggenheim & Mart
in viaggio senza rete


Pagina 51 - Cultura e Spettacoli

Bilbao & Rovereto. Due grandi architetture ma qui mancano le grandi connessioni. Qui tutto sulle spalle degli enti; laggiù un filo anche finanziario.
 
 
 
 
 
 


di Alessandro Dell’Aira

Il Mart di Rovereto e il Guggenheim di Bilbao. Arte moderna e straordinario impianto architettonico per il contenitore. Solo questi i punti in comune? Forse. E forse no. Magari andando alle prospettive.


Il Mart di Rovereto, tempio dell’arte contemporanea italiana, vanta un concerto di ottoni diretto dal maestro Kuhn che anziché calare dall’elicottero nello spicchio aperto del cupolone è saltato dalla Yamaha alla piattaforma di un’autogru. Ah, l’avanguardia. Bando ai provincialismi, si confrontino i 12 mila metri quadri di area espositiva Mart con gli 11 mila del Guggenheim di Bilbao, sorto anch’esso in un’area a spiccata vocazione autonoma. Come il Mart, il Guggenheim basco è opera d’arte di per sé. Nato al computer da un’idea di Frank Gehry, ha un corpo di vetro e granito protetto da una corazza di 33 mila squame di titanio tagliate a mano. Sembra un pescione acquattato tra una tarantola oversize e il tenero Puppy, yorkshire d’acciaio e fiori freschi alto dodici metri, tanto che per i bilbaini il Guggenheim è la cuccia di Puppy. Una cuccia che spesso galleggia su uno strato di vapore sparato a ore fisse da sotto la banchina del fiume. Stranezze? No, arte fruita ogni giorno più o meno lucidamente da migliaia di persone. La Bilbao novecentesca, incrostata di salsedine fuliggine e residui ferrosi, è cambiata in meglio. Ha iniziato a riconvertirsi dopo la crisi industriale degli anni 80, e continua a rigenerarsi. I suoi polmoni sono la Fiera e la Borsa. La sua linfa è la gente che si tuffa nei tubi di vetro del metrò di Norman Foster, scorre nel sottosuolo e si riversa di nuovo in superficie, o passa il fiume sul ponte pedonale luminoso di Santiago Calatrava. Un antico convento è diventato il “Bilbo Rock”, auditorium con sale di prova e concert hall. Intorno al Guggenheim c’è l’Abandoibarra, ex area industriale di 350 mila metri quadri. La società Bilbao Ría 2000 vi ha iniziato i lavori nel 1998, un anno dopo l’apertura del Museo, creandovi un Palacongressi e un parco verde arredato con opere d’avanguardia ispirate al passato industriale e portuale della città. Sta nascendo la biblioteca universitaria, collegata all’Abandoibarra da una superpasserella in acciaio duplex che scavalca il Nervión. E sul cantiere aperto svetta il Museo-pescione finanziato dal governo basco, dalla provincia di Biscaglia e dalla Fondazione Guggenheim con il sostegno (non solo morale) di banche, imprese, organi di informazione. Del Museo si può diventare soci, con diritto ad accessi esclusivi e al coinvolgimento nei programmi Guggenheim di New York, Las Vegas, Venezia, Berlino. Ogni domenica da mezzogiorno all’una le famiglie entrano gratis e i bambini partecipano ad attività creative coordinate. Il progetto Guggenheim Learning Through Arts, avviato nel 1970, è stato adattato alle esigenze del luogo, con workshop di arti visuali e corsi per le scuole. Anche il Mart, come i Musei Guggenheim, ha un progetto didattico che propone laboratori e materiali dalla scuola dell'infanzia alle superiori. La novità di quest’anno è l’Archivio di Nuova Scrittura, strumento di analisi verbo-visuale e di confronto con i testi poetici e letterari di avanguardia.
Rovereto però non è Bilbao. Tra il Mart e Rovereto non c’è la rete progettuale e finanziaria che sostiene il Guggenheim. La Provincia di Trento, il Comune di Rovereto, e in parte il Comune di Trento, hanno sostenuto da soli lo sforzo del grande Museo, che dialoga con l’antico mentre il Guggenheim di Bilbao è volano del nuovo da inventare. Luigi Serravalli era stato tra i primi a schierarsi a favore del progetto, richiamandosi proprio a Bilbao e definendo il Mart “una lotta a favore della conoscenza contro il tempo; un’impresa intellettuale, un rischio e una sfida”. Nel dicembre 2000 il quotidiano torinese La Stampa pubblicò un intervento di Ibon Mendiguren, assessore all’urbanistica di Bilbao, che rivelava come i suoi concittadini avessero faticato a capire che la proposta, oltre all’aspetto culturale, aveva risvolti economici a medio periodo. A Mendiguren fecero eco Gae Aulenti, Vittorio Gregotti e lo stesso Mario Botta, allora impegnato nei lavori del Mart. Con argomenti diversi osservarono come il modello Bilbao fosse tutto speciale e difficilmente esportabile in Italia, soprattutto in contesti molto legati alla tradizione. Dietro quella polemica c’era il mancato accordo tra Modena e Frank Gehry per una rimodellazione urbana. Come spesso accade, dietro la realtà e le tradizioni c’è la città delle emozioni e dei sogni, ma anche la città degli interessi e delle resistenze invisibili. E quando l’invisibile prevale, i confronti servono a poco. Le nostre città sono tutte come la città ragnatela di Calvino, sospesa nel vuoto tra due montagne su una rete di passerelle. E gli abitanti sanno che più di tanto la rete non regge.