DOMENICA, 20 FEBBRAIO 2005

 
Raccontarsi
per sopravvivere




«Il petalo giallo» di Boris Pahor
per l'editore roveretano Nicolodi


 


Pagina 56 - Cultura & Società

LO SCRITTORE TRIESTINO E LA MEMORIA INFINITA DEI CAMPI DI STERMINIO
 





 
 
 
 

  di Alessandro Dell’Aira

 


IGOR, maturo scrittore di Duino ex internato in un lager, si racconta su una rivista francese. Una parigina, Lucie, gli scrive che la vita normale a volte è peggio. Igor le risponde, credendola un’ex deportata. A primavera lascia Duino per Parigi, cerca Lucie e la trova. La scopre di trent’anni, graziosa, con un’ombra nel volto e nella voce. In una brasserie senza nome i due si raccontano parte dei loro ricordi angosciosi e sperano in segreto in altri incontri. Poi escono e Lucie d’improvviso si ricorda di un mazzo di fiori gialli offertile da uno sconosciuto. Igor subito le regala dei fiori gialli inattesi, in vendita poco più in là. La salvezza sta in un gesto inatteso.

E’ l’esordio-messaggio de «Il petalo giallo», di Boris Pahor, triestino sloveno, da poco edito edito in italiano da Nicolodi di Rovereto(190 pagine, 13 euro). In copertina una folla di girasoli sembrano assistere curiosi alla vita degli uomini. La foto è di Claudio Nicolodi, che di Pahor ha già pubblicato «Il rogo nel porto» e «La villa sul lago». Il titolo originale è «Zibelka sveta», in sloveno «La culla del mondo». La culla del mondo è la donna. E come una culla Igor percepisce Lucie. Inizia il tormento dei rendez-vous brevi, del salutarsi per non dirsi addio, della tensione nota ai pendolari dell’amore che s’incontrano in campo neutro nutrendosi di lettere e parole sfasate rispetto ai pensieri. Lei ha tempi più controllati di lui, che scrive molto più di quanto non parli, legge le proprie carte e le intreccia con le missive di Lucie, in una sorta di contrabbando della memoria. Finché la diga non crolla, di un crollo pilotato. Lucie ha dentro la cenere di un olocausto personale: è fuggita da casa per evadere dal lager dell’infanzia e da un filo spinato doppio, la violenza di un padre sulla figlia bambina, la violenza di una madre che sapeva e taceva, resa muta dalla stessa silenziosa tortura subita da piccola.

Lucie è una psicologa avara di parole. Tra il dire e il fare Igor preferisce lo scrivere: «“Nonostante tutto il male che ti è toccato, tu sei viva, puoi prestare ascolto alla natura e scrivere – magnificamente, come tu sai fare – un inno all’amore». Anche se il mondo è pieno di furore, la vita è bella, ha dichiarato dieci anni fa Eva Thomas, stuprata dal padre a quindici anni e autrice di «Le viol du silence» (Lo stupro del silenzio, tradotto in italiano e pubblicato da Pironti come «Il silenzio della violenza»). Resistere alla distruzione è l’essenza della vita. Igor cita Platone e ricorda a Lucie che l’eros è fatto anche di intelligenza. Lui ha bisogno di lei e lei di lui. I nomi di ristoranti e caffè teatro della ricognizione tra le macerie del vissuto sono simbolici: Le Train bleu, L’Embarcadère. Raccontarsi è come mettersi in viaggio. Le citazioni in chiaro arginano i dialoghi e il fluire della vicenda. Spetta al lettore di riflettere sulla storia di Igor e Lucie, che a fatica decifrano le proprie vite. Infatti Igor dice tra sé: «Non abbiamo certo bisogno delle parole per intenderci». Lo avesse detto a Lucie, sarebbe una storia d’amore diversa. E’ questa la struttura del romanzo di Boris Pahor, che affronta il problema dell’assimilazione etnica e della comunicazione asimmetrica, in un confronto che non si sottrae alla legge del più forte. Quale legge? Il più forte, nella storia del mondo, di un territorio, di un gruppo, di una coppia, si ritiene competente a giudicare e a determinare l’interazione storica, culturale, comunicativa, e la determina.

Riflessione attuale. Memoria è comunicare, non tacere. Tutti i giorni. Memoria è rispettarsi, anche con i silenzi comunicativi, per parlare al momento giusto. Significativa è una lettera di Lucie, in cui si cita un sogno raccontato da Eva Thomas: «Ho fatto questo sogno, Bruno Bettelheim domanda a un bambino: “Allora, come ti trovi qui?” Ma il bambino non risponde, va verso un armadio a muro, prende una specie di pigiama a righe, lo dà a Bettelheim che lo indossa; è un abito di deportati nei Campi. Quindi il bambino si avvicina e dice: “Ora possiamo parlare”». Bruno Bettelheim, psicoanalista infantile di origine viennese, era stato internato a Dachau e Buchenwald. Una violenza, quella dell’internamento, subita anche da Boris Pahor.