Giovedì 8 aprile 2010, p. 35
Cultura & Spettacoli


MEMORIE
IN VIAGGIO
   
 

Se a Montevideo
vedi Caldaro



Storia della veduta artistica del paese
tra gli scaffali di un antiquario


di Alessandro Dell’Aira
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JOSÉ MUJICA è il nuovo presidente dell’Uruguay. L’Hotel Radisson, gigantesco, guarda verso un edificio dove domani inizierà un summit. Gli attori di questo e altri eventi di spicco impegneranno tutte le stanze dell’hotel. Il mio evento è l’esame finale di Stato del Liceo italiano di Montevideo, calendario australe. Così per due o tre notti mi tocca di sloggiare al Plaza Fuerte, hotel del centro storico che visto da fuori è molto gradevole. Ha una facciata liberty d’angolo, un portoncino con due grappoli di lampioni e una stretta rampa d’accesso alla reception.

A sinistra del portoncino c’è la vetrina di un antiquario. Già chiuso, è quasi notte. Mi tiro dietro la valigia. Il portiere del Plaza Fuerte la segue con gli occhi, gradino per gradino. Mi chiede se è piena di pietre.

Il giorno dopo torno in hotel alle sei, il negozio è aperto. Scruto la vetrina: qualcosa si muove dietro la tenda a pizzi che le fa da sfondo. Entro. La proprietaria, anziana, sta chiacchierando con un coetaneo sprofondato in una poltrona di cuoio. Mi sorride e mi invita a dare un’occhiata, lui smette di parlare e si ritrae tra i braccioli. Mi faccio avanti.

Ci sarà una stampa di Garibaldi guerrigliero, un vecchio almanacco, uno spartito illustrato. Niente. In compenso non manca ciò che non compro mai: porcellane, statuette biscuit, una rastrelliera di pipe, spille da cappello sgangherate, un’enciclopedia degli anni quaranta, una testa di cervo con le corna all’aria al centro di un tavolo enorme, pacchi di cartoline, partiture sbrindellate e senza figure.

In fondo, una specchiera con due batterie di cornici poggiate di taglio contro le sue gambe. Una ventina, dieci più dieci, impilate fronte alla parete. Mi piego e le inclino una per una verso di me. Una del secondo gruppo ha il retro sigillato e foderato di carta ancora intatta. C’è il vetro originale e anche il passepartout. La tiro fuori, la sollevo e la giro. Vedo un bell’acquerello di fine Ottocento. I portici della piazza e l’insegna a sinistra mi dicono qualcosa. A destra c’è un carro tirato da due muli che trasporta…

Mi viene un colpo. Metto giù la cornice e me la poggio sulle scarpe. Nella specchiera vedo la tenda a pizzi, la signora e una testa che si agita e sporge dallo schienale della poltrona. La conversazione è ripresa, borbottano. Poggio il quadro sul pavimento e mi inginocchio. Tiro fuori il cellulare.

In venti giorni di Uruguay non lo userò che una volta, quella. Accendo la lucetta. In basso a sinistra c’è scritto: Kaltern, Süd Tirol, a matita morbida. In basso a destra la firma senza data, poco chiara e in parte coperta dal passepartout, qualcosa come W. Lehner.

I due stanno ancora parlando. Rimetto il quadro dov’era, ne sfilo un altro e lo porto alla signora. L’olandesina? Trenta dollari.  Costano tutti uguale? Più o meno, fa lei, t’accompagno, e mi segue. C’è altro che ti interessa?

Scelgo una crosta con un prato e due alberi, sessanta dollari, poi le mostro la Piazza del Mercato di Kaltern Süd Tirol, tappando con una mano il Cavallino Bianco dell’insegna. Centoquaranta. Dollari? E che credevi, pesos? Non li ho, faccio io. Quanto hai? Non arrivo a novantacinque. Non posso, fa lei. Peccato, le dico, bella la piazza, che città e? Non lo so, fa lei, non c’è scritto? Rispondo: Non si legge bene. Ha una torcia, una candela? Qui? No, mi spiace. Peccato, le faccio. E poi, non mi sta in valigia. Pausa. Mi chiede: Sei italiano? Ho visto che stai al Plaza Fuerte, vieni dal Radisson? Sì signora (ma come ha fatto?). Altra pausa, più breve. Figlio mio, non è Italia, questa è una piazza svizzera. Fa lo stesso? No, non... Quanto hai? Sbudello il portafoglio. Novanta va bene? No che non va bene, ma se non li hai… Vado in camera a prendere i cinque… Está bien, non occorre, voi italiani siete simpatici. L’uomo della poltrona scuote la testa. Gelosia? Grazie, lo prendo, dico alla signora. Me lo imballa?

Pago, esco con la preda nella plastica a bolle e inciampo sul primo gradino della rampa. Il portiere del Plaza Fuerte non commenta.

   

 
     
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